Iniziative
Panetteria Occupata - Via Conte Rosso, 20, 20134 Milano MI
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Perù, 19 giugno 1986: in
risposta alle rivolte dei prigionieri e alle lotte contro le condizioni di vita
e le politiche neoliberiste di Alan Garcia, nelle carceri, si abbatté una
feroce repressione che provocò l’assassinio di quasi 300 compagni. Questa
giornata, che ha assunto nel corso del tempo, a livello internazionale, un
valore simbolico, ricordata come il giorno del massacro di El Fronton, e
Lurigancho, è dedicata ai rivoluzionari prigionieri nel mondo.
Scegliamo questa data, per valorizzarne
il carattere internazionale e perché la resistenza dei prigionieri si colloca, nello scontro che
oppone sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori, all’interno di un
movimento complessivo rivoluzionario e di classe.
Ricordiamo la lotta dei
rivoluzionari irlandesi nelle carceri di massima sicurezza contro il blocco H;
la lotta dei compagni della Raf nel carcere di Stammheim e il loro assassinio
che provocò, negli anni ‘70 un forte movimento di solidarietà, con importanti
proteste anche nelle piazze italiane; la feroce repressione in Italia nei
confronti delle mobilitazioni a fianco dei prigionieri contro i “braccetti
della morte” dove erano rinchiusi i prigionieri delle formazioni guerrigliere;
le rivolte nelle carceri americane nel contesto del movimento afro-americano e
contro la guerra …; l’armata rossa giapponese che ha combattuto a fianco dei
palestinesi per la liberazione dei prigionieri …; le lotte nelle carceri Turche
contro le celle F e l’isolamento; e, la significativa esperienza dei
prigionieri nelle carceri israeliane e in occidente in generale, unito al
movimento di solidarietà sviluppato intorno ad esso, che ci dice che i
prigionieri, la prigionia politica non può essere separata dalla resistenza:
decontestualizzarla significa svuotarla e dunque servire il nemico.
Siamo di fronte ad un
sistema in crisi dalle sue fondamenta, l’espansione e pervasività dei processi
di guerra, la continua ricerca di soluzioni autoritarie che va producendo un
inasprimento delle condizioni sociali e la liquidazione delle conquiste frutto
delle lotte passate, che tende a colpire con sempre maggior forza movimenti ed
attivisti politici, che mira a soffocare le lotte di resistenza e di
liberazione, con l’obiettivo di impedire che le contraddizioni sociali, il
malcontento, il conflitto, si diano una
espressione politica organizzata. È in questo contesto che si inserisce la
guerra che viene condotta alla memoria delle lotte degli anni ’70 ed è nel
contesto di questa guerra che possiamo comprendere il silenziamento,
annientamento dei rivoluzionari prigionieri.
Parliamo dei compagni a
cui si fa riferimento nell’appello “rompiamo un tabù”, che da oltre 40 anni
fanno fronte a dure condizioni di detenzione e ad una carcerazione infinita, di
altri tre da oltre 20 anni sottoposti al regime di massimo isolamento 41 bis e
da 4 anni un altro compagno, per parlare
a tutti quei compagni/e che transitano nelle galere in regimi ad alta sicurezza,
ai giovani e a tutto il movimento che oggi sta affrontando non solo una
campagna fortemente repressiva a colpi di decreti e disegni di legge, ma anche
un attacco ideologico, massmediatico, di strumentalizzazione ed inquinamento
dei contenuti e retorica sulla legalità
borghese.
Le ragioni al centro di questo
attacco che colpisce da chi aiuta i migranti in mare alle lotte della
logistica, al movimento ambientalista e antifascista a chi solidarizza con la
lotta del popolo e della resistenza palestinese, vanno ricercate nella necessità
dello Stato di pacificare, controllare ed omologare la società, impedendo
preventivamente che i movimenti possano unirsi in una spinta collettiva, costruire
una progettualità, una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria e lavorando
affinché siano sempre più frammentati, divisi,
isolati, costretti, ogni volta, a ricominciare da zero.
Questo incontro vuole essere
un contributo, per trovare forme e continuità a questa riflessione per
collegarla concretamente alle lotte sociali e ai suoi movimenti, per sostenerne
il carattere internazionale e antimperialista.
Un contributo anche per ribaltare
lo sguardo di diffidenza, paura, isolamento e sconfitta che soffoca le lotte ed
impedisce di fare i conti con una storia che ci appartiene in tutte le sue
espressioni: questi prigionieri, così come i prigionieri dei movimenti odierni,
espressione di esperienze importanti e anche coraggiose, devono far parte della
nostra lotta, devono essere difesi e sostenuti.
Nessuno si salva da solo,
Insieme possiamo tutto.
Sabato
20 giugno dalle ore 10:30
Ø Prigionia politica storica e attuale: con
uno sguardo alle lotte carcerarie
- Presentazione
appello “rompiamo un tabù”
- Prigionieri
e resistenza in Palestina: GPI (Giovani Palestinesi Italia), Samidoun (Palestinian Prisoner
Solidarity Network)
- 41
bis, isolamento e mobilitazione per Alfredo Cospito: Cassa antirepressione delle
Alpi occidentali e avvocati
- "The SRY-Type
isolation prisons and the Resistance" con compagno di
Anti-Imperialist Front e IS4PP (International solidarity for political prisoners).
- Ieri come oggi, stessa prigionia, stesse
ragioni: Intervento di un compagno di Pisa
- Memoria
e resistenza: CPA Firenze
Ø Le realtà di movimento parlano delle lotte
odierne: solidarietà, prospettive. Dibattito e riflessioni
- Si.Cobas:
diritto di sciopero nell’economia di guerra
- Collettivo
Antudo: prospettive di lotta e repressione del dissenso in tempi di guerra
- Calp
di Genova: la guerra comincia qui. La lotta dei portuali contro la guerra
- Ultima
generazione: mobilitazioni contro guerra e riarmo
- Rete
liberi e libere di lottare: stato di guerra e polizia
A seguire,
altri interventi
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SOLIDALI NELLA LOTTA CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI
Domenica 22 Febbraio h 17, Radio Blackout via Cecchi 21/A Torino
Presentazione della campagna “Vogliamo rompere un tabù”
SOLIDALI CON I RIVOLUZIONARI PRIGIONIERI.
L’appello “Vogliamo rompere un tabù“ lanciato, e raccolto da molte realtà e singoli compagni, ci offre la possibilità di confrontarci nel discutere, “di quello che è stata l’esperienza della lotta armata e dei conflitti sociali di massa in Italia a cavallo tra gli anni ’60 e’70.” E di come la memoria di quegli anni è duramente attaccata dalla narrazione dominante, soggetta a cancellazione e revisionismo. Cancellazione data forse dal rifiuto di ammettere che il potere sia stato messo realmente in discussione, rifiuto di accettare che, non troppi anni fa, migliaia di persone abbiano deciso di usare la forza e di dichiarare guerra allo Stato dei padroni […] Nonostante oggi gli orizzonti del possibile sembrano essersi drasticamente ridotti, l’esperienza di quegli anni, maturata in un contesto nazionale ed internazionale di grandi lotte di massa e rivoluzionarie, di trasformazione radicale in senso anticoloniale e anticapitalista, riecheggia ancora nei nostri percorsi di lotta, stimolandoli.
Desideriamo, per cui, riappropriarci di quanto di positivo questa memoria ha prodotto ed insegna ancor oggi, per organizzarci e opporci alle diverse espressioni del potere. Lo scopo è quello di non dimenticare il passato e imparare da esso al fine di affinare capacità di riflessione e di scelta politica”.
L’appello è stato lanciato per mettere in luce un fatto, per noi importante, e cioè, che da quarant’anni (alcuni dal 1982) 15 militanti delle Brigate Rosse sono rinchiusi nelle prigioni di Stato, altri tre, da oltre venti anni, segregati al regime del 41 bis.
Il motivo di una detenzione così lunga è perché lo Stato chiede a questi prigionieri di rinunciare alla propria identità, ad un pensiero politico radicato storicamente da oltre un secolo, nella lotta internazionale contro l’oppressione . La richiesta di mercanteggiare e mercificare la loro futura e lontana liberazione è, in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi di valorizzazione e propensione alla guerra globale, ancor più significativa.
Una crisi anche politica che cerca soluzioni autoritarie, che spinge gli Stati a un confronto sempre più aspro, le cui conseguenze vanno a colpire le masse popolari determinando un inasprimento delle disuguaglianze sociali e di liquidazione delle conquiste frutto delle lotte passate. Si tende, perciò, a colpire con una repressione sempre più dura i movimenti e gli attivisti politici, mirando a soffocare le lotte di resistenza e le istanze di liberazione con l’intento di impedire che il malcontento si dia un’espressione politica organizzata. In questo contesto si inserisce la guerra che da tempo viene condotta contro la memoria delle lotte degli anni Settanta. È solo nel contesto di questa guerra alla memoria che possiamo comprendere la politica di silenziamento e annientamento dei rivoluzionari prigionieri.
Rompere il tabù, rompere il silenzio su questi prigionieri, sulle condizioni della loro detenzione, sulla loro durata infinita, rappresenta un passo necessario per liberarci dalle paure, dall’ingabbiamento in cui vorrebbero richiudere le lotte e i movimenti. La richiesta ai prigionieri di rinnegare il proprio passato rappresenta un ulteriore modo per colpire l’idea di liberazione di cui questi compagni e compagne sono portatori.
Rompere il silenzio sulla resistenza di questi prigionieri è anche un modo per riappropriarci di una libertà, e di un pensiero critico, che ci aiuti ad immaginare delle possibilità. Sapendo che la miglior solidarietà è la continuazione della lotta, nelle sue diverse forme politiche e sociali.
Per questo motivo sarebbe bene utilizzare questi momenti per confrontarci sulla situazione in cui versano i movimenti di lotta. Un confronto tra quanti non accettano di scendere a compromessi con questo sistema. Perciò, ricostruire frammenti di quelle lotte sociali, aver consapevolezza del loro portato storico – mai venuto meno – è di fondamentale importanza.
Senza però dimenticare che quel grande movimento di lotta è sempre stato oggetto di una lettura revisionista da parte dello Stato, delle sue strutture e dei suoi reggicoda per teorizzare, non solo la fine di una fase storica ma l’impraticabilità della lotta rivoluzionaria.
Questa tesi ci tocca nell’attualità, perché alle nostre endemiche debolezze aggiunge elementi di disorientamento. Secondo noi, perciò, è necessario far chiarezza e tracciare uno spartiacque tra ipotesi rivoluzionarie e la linea dello Stato e della borghesia.
Un ulteriore aspetto che proponiamo alla discussione è il tema della repressione. Esso viene trattato, il più delle volte, in maniera ““auto-terrorizzante”. Molto poco dal punto di vista di chi – nella lotta – si assume il “peso” della repressione come parte del conflitto, dimostrandoci che è possibile resistere, e dando così un importante contributo alla continuazione della lotta.
Panetteria Occupata
Milano
Presentazione dell'appello "Rompiamo un tabù"
venerdì 10 Gennaio ore 21:00.

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“È solo nel contesto di questa guerra alla memoria che possiamo comprendere la politica silenziosa di annientamento dei prigionieri. […] Rompere il tabù, il silenzio su di loro, sulle condizioni della loro detenzione, sulla loro durata infinita, non può essere ridotto a una reazione umanitaria. È un passo necessario per liberarci dalle nostre paure, delle costrizioni, dell’ingabbiamento in cui vorrebbero richiudere le lotte e i movimenti.”
Martedì presenteremo l’appello “Vogliamo rompere un tabù“, che vuole gettare una luce sulle condizioni detentive di diversi/e prigionieri/e politici/he, rinchiusi/e da decenni nelle sezioni speciali della carceri italiane.
Come per il 41bis, si tratta di persone sepolte vive allo scopo di spezzare la trasmissione di memoria con le lotte del passato: rompere il tabù significa anche continuare a lottare oggi.
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